Sono approdato per la prima volta a Sassari a dicembre, l'anno scorso. Era una domenica mattina, non c'era anima in giro. La città, urbanisticamente, non mi piacque. Quella settimana pre-natalizia fu l'assaggio dei sette mesi che avrei trascorso a Sassari, da gennaio a luglio.

A luglio, alla fine di quei sette mesi, ero contento di ritornare a casa. Ero stanco del lavoro, soffrivo il caldo; avevo voglia di casa.

Lunedì sono tornato a Sassari. Ultimo round, gli esami finali. All'imbarco a Treviso ho incrociato Mariella, una ragazza che avevo conosciuto a Sassari al corso di tango, e ho fatto il viaggio con lei: il volo fino ad Alghero, e in pullman fino a Sassari. Alla fermata mi ha fatto accompagnare in centro dal padre. Quando ci siamo salutati ho avuto una sensazione strana: da una parte la consapevolezza che forse non ci saremmo più rivisti, dall'altra il fatto che stavo salutando una persona con cui avevo una certa confidenza.

Quell'incontro casuale mi stava dicendo che stavo tornando in un luogo che conoscevo, e che in parte mi conosceva. Dopo aver lasciato il trolley al bed and breakfast ho fatto un giro per il centro, e la sensazione si faceva prepotente. Ai luoghi, alle viuzze, agli incroci, alle panchine si associavano ricordi, sensazioni, emozioni. Passeggiando per piazza Castello mi sono reso conto che sorridevo.

Non ho messo, nel bagaglio, nessun libro, perché avevo deciso di comperare qualcosa a Sassari. Mi sono infilato nelle Messaggerie Sarde, senza un'idea in testa, deciso a scegliere sfogliando gli scaffali. In realtà è il libro che ha scelto me: "Confesso che ho vissuto", l'autobiografia di Pablo Neruda.

Confesso che, a Sassari, ho vissuto. Me n'ero quasi dimenticato, ma i pensieri che riaffioravano alla mente, il senso di nostalgia me lo stavano ricordando.

Nello yoga si parla di posizioni di apertura e di chiusura, posizioni che si complementano, yin e yang. Ad una apertura deve seguire una chiusura, ad una chiusura deve seguire una apertura. Piaget parla di assimilazione e accomodamento. Sette mesi in un luogo logisticamente distante da casa, dove non conoscevo nessuno, era una apertura, una sfida. La voglia di tornare a casa non era solo caldo e stanchezza, era anche bisogno di chiusura.

Cambiare non è facile, a casa mi è quasi impossibile. Non so voi, ma io riesco a mettermi in gioco solo lontano da casa. In Sardegna è successo. Mettermi in discussione è difficile, se non sono in qualche modo forzato a farlo. In Sardegna è successo. È successo nel lavoro, nel rapporto con gli studenti è emersa prepotente la necessità di ripensare alcune cose.

La chiusura serve a sistematizzare i cambiamenti. Durante l'apertura faccio filosofia con il martello (cit.), durante la chiusura provo a costruire secondo nuovi schemi. È quello che è successo da agosto ad oggi: ho studiato, ho scritto, ho sistematizzato cose sostanzialmente germogliate in Sardegna. A Sassari alcuni dei miei schemi erano saltati, e gli schemi che mi venivano proposti non mi convincevano. Nei mesi di chiusura, sui monti, ho cercato nuove basi, nuove fondamenta. Nuovi approcci metodologici, un ampliamento degli aspetti cognitivi che includesse anche la componente motivazionale.

La primavera sarda mi ha convinto a giocare anche su di un piano molto personale, relazionale. Gli economisti che si ispirano al concetto di distruzione creativa dicono che una crisi è un evento troppo prezioso per sprecarlo. Probabilmente vale anche per le sconfitte, per le partite perse a tavolino.

Con il volo Alghero Treviso di venerdì si è chiuso l'anno sardo. L'inverno è alle porte, non è ancora tempo di riaprirsi, la sistematizzazione non è terminata.

Però è questione di mesi. Poi, dovrò trovare il modo di ripartire, di trovare nuovi orizzonti, una nuova apertura. Con nuovi bagagli. Grazie, Sardegna.