Saggio

Vuelvo al sur, fisarmonica e contrabbasso. L'essenza del tango. Quest'anno, per il saggio di fine corso, Sabina ha voluto esagerare: musica dal vivo, commistione con la danza classica.

Si inizia, appunto, con fisarmonica e contrabbasso. Noi, i ballerini, siamo seduti lungo il perimetro del palcoscenico, su sedie che ci siamo portati al nostro ingresso.

Vuelvo al Sur, como se vuelve siempre al amor

Le parole fluiscono nella mente; il contrabbasso ti avvolge, e la fisarmonica ti colpisce diretta al cuore: a dirlo è Sara, durante le prove. Io la prendo in giro, ma ha ragione.

Fusion tango e classica

Subito dopo, Tiempos Inciertos: le ballerine di classica si alzano dalle loro sedie ed iniziano la loro coreografia, molto tecnica. Dopo un paio di minuti Giulio ed Elena, Emanuele e Sara si aggiungono alle ragazze, ballando il tango. Verso la fine del pezzo Elena e Sara tornano a sedersi, e sono le ragazze della classica ad essere guidate in passi di tango: è il momento fusion del quadro.

Poi, di nuovo musica dal vivo, di nuovo Piazzolla: Oblivion. Contrabbasso e fisarmonica. Dentro tre coni di luce danzano Luca ed Elena, Giulio e Sabina, Emanuele e Sara. Un pezzo molto lento, molto tecnico. Emozionante, davvero.

Io e Titty

E finalmente, arriva il nostro turno: Ironia del salon, una milonga, veloce, ma con una parte molto lenta nel centro. All'inizio, una breve coreografia: tre per otto battute per noi hombres, e altrettanto per le mujeres. Poi si formano le coppie, ci godiamo il respiro ampio della parte lenta, ci lanciamo frenetici in quella veloce. Le ultime due per otto battute di nuovo in coreografia, questa volta a coppie; si finisce con la sentada.

Infine, la Cumparsita. Prima, l'introduzione parlata della versione dei Gotan, noi in piedi, rivolti verso il pubblico:

¡Permiso... yo soy el Tango...!

Yo soy el tango que llega por las calles del recuerdo,

¿Dónde nací? ni me acuerdo, en una esquina cualquiera

Una luna arrabalera y un bandoneón son testigos

Yo soy el tango argentino, cuando guste, cuando guste y donde quiera!

Poi, ci godiamo la versione Orquesta Carlos Lazzari, con i suoi violini, i bandoneon, le pause. Fino al finale coreografico, agli inchini ed ai saluti.

Viaggiatori del tango

Sabato pomeriggio, dopo le ultime prove generali e prima del briefing pre-spettacolo, dopo uno spuntino leggero ero tentato di prendermi un caffè, ma ho evitato: temevo che avrebbe accentuato l'ansia da palcoscenico. Ed invece, sul palco, di ansia nemmeno l'ombra. Certo, il fatto che fosse il mio sesto saggio ha contribuito a farmi mantenere la calma. Ma poi, ripensandoci, sono convinto che la ragione fosse un'altra. Ve la ricordate, ne "Il the nel deserto" di Bertolucci, la distinzione fra il turista e il viaggiatore? Il turista è focalizzato sulla meta, il viaggiatore è interessato al viaggio, al percorso.

Nel saggio finale l'esibizione di fronte al pubblico è la meta, ma quello che conta è il percorso. Quando sei davanti al pubblico, devi solo fare quello che hai imparato, trasmettendo emozioni e passione. Prima di entrare in scena, l'ultima raccomandazione di Sabina è stata: godetevela, la Cumpa.

Durante il percorso, invece, c'è, ogni volta, molto da imparare. Gli americani, quando fanno formazione, parlano di Lesson learned, di Takeaway: il concetto da imparare e portare a casa. Che cosa si impara, preparando un saggio?

I momenti difficili

Lezione numero uno. Ovvia, ma un ripassino è sempre utile: se vuoi fare una cosa fatta bene, devi sudare, devi impegnarti, dovrai affrontare dei problemi, delle difficoltà. Metti in conto momenti di nervosismo, di scoramento, anche qualche scazzo.

Come sempre, in queste cose si arriva un po' lunghi, e gli ultimi giorni si devono fare gli straordinari. In otto giorni, fra prove e spettacolo, ci siamo incontrati 5 volte: 3 ore domenica, 3 giovedì, 4 venerdì, quasi 8 sabato, 4 domenica.

Come sempre, il giorno prima si ha la sensazione che nulla funzioni. Venerdì sera è stato il momento più faticoso; domenica, alla pizza post-spettacolo, il tecnico luci prendeva in giro Sabina, che venerdì è riuscita a scaricare in venti minuti il microfono wireless a forza di correggerci, a pieni polmoni. Il momento clou, quando durante le prove della milonga Sara era un metro più in dietro di dove doveva essere, "Sara, vieni più avanti! Più avanti, Sara!". Sara naturalmente la sentiva (la sentivano anche a Trento sud, probabilmente) ma non ascoltava, concentrata com'era nei passi, e non si era resa conto che stava parlando con lei.

Per me, il momento paturnia era stato la domenica prima. I vestiti di scena prevedevano camicia, giacca e pantaloni, grigi o neri. Io non li ho. Marco aveva portato alcuni vestiti dal teatro, ma nessuno mi andava bene: o troppo lunghi, o troppo corti, e insomma ero un po' avvilito. Fortunatamente, giovedì Giulio mi ha portato un vestito che mi andava a pennello, e tutto si è risolto.

Lesson learned: se vuoi fare qualcosa di fatto bene, devi lavorare sodo, e mettere in conto momenti faticosi.

Il gruppo

Durante l'anno eravamo delle persone (delle coppie tanguere) che frequentavano le lezioni. Siamo diventati gruppo solo grazie alla preparazione del saggio. Certo, conosco Tullio, Chiara, Barbara e Tiziana da anni, ma Tiziana non conosceva loro. Grazie al saggio, abbiamo fatto gruppo. Per le mujeres, un grosso contributo è stato la prova abiti con la sarta alla fine delle lezioni. Ma soprattutto le prove, il backstage, le pizzate a mezzanotte. All'inizio delle prove congiunte con le ragazze di classica, loro stavano comprensibilmente fra di loro. Ma in teatro, sullo stage e nel backstage, ci siamo mescolati tutti.

Spesso, l'effetto collaterale della coesione di un gruppo è la sua chiusura. A noi non è successo: abbiamo conosciuto Thomas, il fisarmonicista, sabato alle 5. Alle 6 io già gli rompevo le scatole, chiedendogli che ci suonasse Romagna mia. All'una di notte, dopo lo spettacolo, eravamo tutti assieme in pizzeria a raccontare barzellette (vecchio scarpone ...).

Lesson learned: un saggio è un lavoro di team. Per fare un lavoro di team bisogna costruire un gruppo, e per costruire un gruppo, avere un obiettivo comune, e dover affrontare assieme delle difficoltà, è estremamente utile (circolo virtuoso).

Processo iterativo

Nel mio A chi serve il design? ho accennato al concetto di design come circolo ermeneutico, o come dialogo fra il designer ed il contesto. Il processo di design viene definito anche nel contesto dell'azione situata. Donald Schön parla di knowledge in action, reflection in action, e descrive il design come una conversazione riflessiva con i materiali e la situazione.

La genesi e lo sviluppo di una coreografia nella danza mostra un processo molto simile: una serie di iterazioni di alcune idee iniziali che nel tempo cambiano, si trasformano, si perfezionano, fino ad entrare nei dettagli.

E, essendo la danza l'esempio forse più calzante di embodied cognition, non sorprende che l'apprendimento di una sequenza in una coreografia sia un buon esempio di knowledge in action e reflection in action.

Lesson learned: i processi creativi sono processi iterativi, di conversazione riflessiva con la siutazione. Questo vale per il design, ma anche per la danza.

I momenti migliori

Abbiamo iniziato con i momenti difficili, finiamo elencando i momenti migliori. Sul palco, davanti al pubblico, mi sono divertito, e dunque è uno dei momenti migliori. Dopo gli spettacoli, al ristorante indiano, ci siamo divertiti parecchio. Negli spogliatoi, durante lo spettacolo, devi trascorrere quasi 4 ore ad aspettare il tuo turno (noi eravamo gli ultimi, abbiamo chiuso la serata). In parte ti annoi, ma alcuni momenti sono deliziosi. Domenica, in una saletta, ad ascoltare Thomas (fisarmonica) e il contrabbasso provare, per la prima volta, i pezzi che avrebbero suonato subito dopo, mentre le ragazze di danza afro provavano la loro coreografia. Il rito propiziatorio pre-stage inventato da Tullio, una versione farlocca della Timatanga haka, danza Maori degli All Blacks. Thomas che sul corridoio si scaldava le dita suonando laqualsiasi, dalla Marcia Turca di Mozart a That's ammore, passando per De André. E quando suona Besame Mucho il sottoscritto che finge una serenata con la ballerina più carina (ma tanto, carina) del gruppo hip-hop modern di Fabrizio. Ma soprattutto, le bimbe piccole, di 6, 7 anni, bellissime nei loro tutu rosa, che prima timidamente, poi scatenate, ballare e saltare felici mentre Thomas suona.

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