Gli aspetti cognitivi della categorizzazione

Stefano Bussolon

Maggio 2013

La categorizzazione

L'importanza della categorizzazione

La categorizzazione è una funzione cognitiva fondamentale nei processi di pensiero.

La capacità di raggruppare gli elementi che incontriamo nell'ambiente ci offre numerose possibilità:

Senza la capacità di identificare e categorizzare gli elementi, sarebbe impossibile apprendere, ragionare, prendere decisioni.

Perché categorizziamo

La categorizzazione degli stimoli e delle entità circostanti è fondamentale per la sopravvivenza di ogni animale, e naturalmente per gli esseri umani.

Le persone categorizzano il loro ambiente per molteplici ragioni (Anderson 1991):

Categorizzazione: vantaggi

I vantaggi cognitivi della categorizzazione sono molteplici:

Teorie della categorizzazione

Le più importanti teorie sulla categorizzazione sono sostanzialmente

La teoria classica

Secondo la classificazione di Ashby and Maddox (2005) vengono rappresentate le caratteristiche necessarie e sufficienti e la decisione si basa accedendo a tali caratteristiche e verificando se sono rispettate.

Nella classificazione di Barsalou (2003), la teoria classica usa rappresentazioni modulari, amodali, decontestualizzate e stabili.

Secondo questa teoria, un concetto è caratterizzato da un insieme di attributi definienti, che sono le caratteristiche semantiche necessarie e sufficienti affinché qualcosa possa essere considerato un'istanza di un concetto (Keane and Eysenck 2005).

Il processo di categorizzazione consiste nel verificare se gli stimoli possiedono tutte le caratteristiche necessarie (Ashby and Maddox 1998).

Critiche alla teoria classica

La teoria classica, però, non riesce a tener conto di molteplici dati empirici:

Le teorie dei prototipi e degli esemplari sono finalizzate a rispondere a queste critiche.

La teoria dei prototipi

Secondo la teoria dei prototipi quando le persone categorizzano un elemento, lo confrontano con dei prototipi, ovvero degli esemplari ideali, che contengono le caratteristiche più rappresentative della categoria.

Un elemento può appartenere ad una categoria anche se non ha tutte le carattersitiche del prototipo. Sarà però un elemento non prototipico.

Secondo la teoria dei prototipi ogni categoria è rappresentata dal suo prototipo, e il processo decisionale si basa sulla similarità tra gli stimoli e la rappresentazione mnestica del prototipo.

Un concetto non è rappresentato in base ad una lista di condizioni necessarie e sufficienti; è, piuttosto, una misura di tendenza centrale delle proprietà delle istanze.

Il prototipo memorizza soltanto le caratteristiche salienti, che hanno una sostanziale probabilità di occorrere fra le istanze del concetto.

Limiti della teoria dei Prototipi

Uno dei limiti dei prototipi è che non riescono a rappresentare la correlazione fra attributi.

A volte, però, la tipicità di un elemento è legata a questa correlazione.

Ad esempio, essere in montagna, essere al mare, avere impianti di risalita e avere la spiaggia sono attributi tipici di una località turistica.

Ma una località di montagna con la spiaggia non è tipica, e non lo è nemmeno una località di mare con gli impianti di risalita.

La teoria dei prototipi però non riesce a distinguere elementi la cui combinazione di caratteristiche è tipica da quelli la cui combinazione è insolita.

Teoria degli esemplari

Secondo la teoria degli esemplari una categoria è rappresentata semplicemente come l'insieme di rappresentazioni di tutti gli esemplari che appartengono alla categoria.

Il processo decisionale si basa sulla comparazione di similarità fra gli stimoli e la rappresentazione mnestica di ogni esemplare della categoria.

Le teorie degli esemplari tendono ad escludere processi di astrazione.

Da un punto di vista formale, questa teoria si differenzia dalla teoria del prototipo in quanto assume che la rappresentazione di un concetto consiste nelle rappresentazioni separate di un consistente numero di esemplari (istanze o sottoclassi).

Limiti delle teorie dei prototipi e degli esemplari

Anche la concezione di similarità delle teorie dei prototipi o degli esemplari è soggetta ad alcuni problemi.

Le relazioni di similarità fra un insieme di entità dipendono in maniera sostanziale dal peso relativo attribuito ai differenti attributi. Ma Tversky (1977) ha dimostrato come il peso attribuito agli attributi varia a seconda del contesto o del compito.

Potenzialmente, poi, la lista degli attributi (o delle dimensioni) applicabili ad un oggetto o ad un insieme di oggetti è infinito, ed operazionalizzare la selezione degli attributi pertinenti è un compito non banale.

La teoria delle Teorie implicite

Una banconota da 50 euro stampata da un falsario, ma uguale, in tutto e per tutto, ad una banconota emessa dalla banca Europea, può essere classificata come una banconota?

In base alle teorie dei prototipi e degli esemplari, assolutamente sì, in quanto la banconota falsa assomiglia sia al prototipo di banconota da 50 che a tutti gli esemplari finora incontrati.

Molte persone, però, risponderebbero che no, la banconota falsa non è una banconota, in quanto essere emessa dalla banca centrale Europea è una caratteristica essenziale per essere una banconota.

Murphy and Medin (1985), sostengono che gli individui hanno delle teorie implicite, dei modelli cognitivi esplicativi, che spiegano il mondo e contribuiscono a classificarne le entità.

La teoria della simulazione situata

La teoria della simulazione situata è stata proposta da Barsalou (1999). Secondo Barsalou (2003) nel concetto è instanziata la capacità di costruire rappresentazioni flessibili, adattate alle attuali necessità dell'agente e della situazione in cui agisce.

Un concetto è un simulatore che costruisce un infinito insieme di simulazioni specifiche (Barsalou 2003). Le simulazioni comprendono informazioni in merito alla situazione, agli scopi ed agli stati interni degli agenti. I concetti non sono oranizzati in base alle tassonomie, quanto alle azioni situate, e le categorie sono prevalentemente ad hoc e dirette ad uno scopo (Barsalou 1983).

I concetti sono fortemente legati alla memoria episodica; la rappresentazione coinvolge specifici sistemi percettivi e motori.

Sono situati, in quanto mappano ed utilizzano le informazioni legate al contesto, agli scopi e agli stati interni

Sono dinamici, in quanto variano di volta in volta a seconda delle situazioni e degli scopi.

Classificazione e architettura dell'informazione

Teoria classica e architettura dell'informazione

Questo breve escursus nelle teorie della categorizzazione ha alcune implicazioni per l'architettura dell'informazione.

Se la teoria classica fosse vera, per strutturare l'architettura dell'informazione basterebbe identificare le condizioni necessarie e sufficienti, e per ogni elemento decidere se è dentro o fuori, e classificarlo di conseguenza.

La complessità della classificazione

Coinvolgere gli utenti

Il coinvolgimento degli utenti, con opportuni metodi di elicitazione, permette di far emergere le loro conoscenze implicite:

Bibliografia

Testi citati

Anderson, John R. 1991. The adaptive nature of human categorization. Psychological Review 98, no. 3: 409–29.

Ashby, F. Gregory, and W. Todd Maddox. 1998. Stimulus categorization. In, ed. by. M.H. Birnbaum. Academic Press.

---. 2005. Human Category Learning. Annu. Rev. Psychol. 56: 149–78.

Barsalou, Lawrence W. 1983. Ad hoc categories. Memory and Cognition 11, no. 3: 211–27.

---. 1999. Perceptual symbol systems. Behavioral and Brain Sciences 22: 577–660.

---. 2003. Situated simulation in the human conceptual system. Language and Cognitive Processes 18, no. 5/6: 513–62. doi:10.1080/01690960344000026.

Keane, Mark T., and Michael William Eysenck. 2005. Cognitive Psychology: A Student’s Handbook. Psychology Press.

Murphy, Gregory L., and Douglas L. Medin. 1985. The role of theories in conceptual coherence. Psychological Review 92, no. 3 (July): 289–316.

Rosch, Eleanor. 1975. Cognitive representations of semantic categories. Journal of experimental psychology: General 104: 192–233.

Tversky, Amos. 1977. Features of similarity. Psychological Review 84, no. 4 (July): 327–52.