Posted on November 16, 2009 by Stefano Bussolon in Personale
Sono approdato per la prima volta a Sassari a dicembre, l’anno scorso. Era una domenica mattina, non c’era anima in giro. La città, urbanisticamente, non mi piacque. Quella settimana pre-natalizia fu l’assaggio dei sette mesi che avrei trascorso a Sassari, da gennaio a luglio.
A luglio, alla fine di quei sette mesi, ero contento di ritornare a casa. Ero stanco del lavoro, soffrivo il caldo; avevo voglia di casa.
Lunedì sono tornato a Sassari. Ultimo round, gli esami finali. All’imbarco a Treviso ho incrociato Mariella, una ragazza che avevo conosciuto a Sassari al corso di tango, e ho fatto il viaggio con lei: il volo fino ad Alghero, e in pullman fino a Sassari. Alla fermata mi ha fatto accompagnare in centro dal padre. Quando ci siamo salutati ho avuto una sensazione strana: da una parte la consapevolezza che forse non ci saremmo più rivisti, dall’altra il fatto che stavo salutando una persona con cui avevo una certa confidenza.
Quell’incontro casuale mi stava dicendo che stavo tornando in un luogo che conoscevo, e che in parte mi conosceva. Dopo aver lasciato il trolley al bed and breakfast ho fatto un giro per il centro, e la sensazione si faceva prepotente. Ai luoghi, alle viuzze, agli incroci, alle panchine si associavano ricordi, sensazioni, emozioni. Passeggiando per piazza Castello mi sono reso conto che sorridevo.
Non ho messo, nel bagaglio, nessun libro, perché avevo deciso di comperare qualcosa a Sassari. Mi sono infilato nelle Messaggerie Sarde, senza un’idea in testa, deciso a scegliere sfogliando gli scaffali. In realtà è il libro che ha scelto me: “Confesso che ho vissuto“, l’autobiografia di Pablo Neruda.
Confesso che, a Sassari, ho vissuto. Me n’ero quasi dimenticato, ma i pensieri che riaffioravano alla mente, il senso di nostalgia me lo stavano ricordando.
Nello yoga si parla di posizioni di apertura e di chiusura, posizioni che si complementano, yin e yang. Ad una apertura deve seguire una chiusura, ad una chiusura deve seguire una apertura. Piaget parla di assimilazione e accomodamento. Sette mesi in un luogo logisticamente distante da casa, dove non conoscevo nessuno, era una apertura, una sfida. La voglia di tornare a casa non era solo caldo e stanchezza, era anche bisogno di chiusura.
Cambiare non è facile, a casa mi è quasi impossibile. Non so voi, ma io riesco a mettermi in gioco solo lontano da casa. In Sardegna è successo. Mettermi in discussione è difficile, se non sono in qualche modo forzato a farlo. In Sardegna è successo. È successo nel lavoro, nel rapporto con gli studenti è emersa prepotente la necessità di ripensare alcune cose.
La chiusura serve a sistematizzare i cambiamenti. Durante l’apertura faccio filosofia con il martello (cit.), durante la chiusura provo a costruire secondo nuovi schemi. È quello che è successo da agosto ad oggi: ho studiato, ho scritto, ho sistematizzato cose sostanzialmente germogliate in Sardegna. A Sassari alcuni dei miei schemi erano saltati, e gli schemi che mi venivano proposti non mi convincevano. Nei mesi di chiusura, sui monti, ho cercato nuove basi, nuove fondamenta. Nuovi approcci metodologici, un ampliamento degli aspetti cognitivi che includesse anche la componente motivazionale.
La primavera sarda mi ha convinto a giocare anche su di un piano molto personale, relazionale. Gli economisti che si ispirano al concetto di distruzione creativa dicono che una crisi è un evento troppo prezioso per sprecarlo. Probabilmente vale anche per le sconfitte, per le partite perse a tavolino.
Con il volo Alghero Treviso di venerdì si è chiuso l’anno sardo. L’inverno è alle porte, non è ancora tempo di riaprirsi, la sistematizzazione non è terminata.
Però è questione di mesi. Poi, dovrò trovare il modo di ripartire, di trovare nuovi orizzonti, una nuova apertura. Con nuovi bagagli. Grazie, Sardegna.
Sono passati più di 40 anni, da quando i Beatles hanno chiesto aiuto. Help!
Help me if you can, I’m feeling down, And I do appreciate you being round.
Ma è di aiuto che abbiamo bisogno? In fondo ce la caviamo bene, siamo indipendenti, riusciamo a sfangarcela anche da soli. Abbiamo davvero bisogno di aiuto?
I Gipsy Kings sembrano accontentarsi di meno: Escucha Me. Ascoltami.
Ascoltami, perché quello che sono è quello che c’è nel mio cuore. Dimmi perché, dopo tanti anni, il cuore si emoziona ancora. Aspettami, aspettami, non è troppo tardi. Escucha Me.
Ascoltami. Basta questo, spesso. L’ho capito tardi, nella mia carriera di psicoterapeuta. Molto impegnato ad intervenire, con azioni terapeutiche. Ascoltare mi pareva una perdita di tempo. L’ho capito tardi, ma l’ho capito.
E lo capisco quando mi capita di parlare con degli amici. Ascoltare mi torna naturale. Probabilmente l’ho sempre fatto anche in psicoterapia, solo che mi sembrava un lusso. E, anche con gli amici, ho spesso troppa fretta di intervenire, correggere, dare consigli. Però ascolto.
Il fatto è che, confesso, non sempre mi sento altrettanto ascoltato. Escucha Me. Spesso le persone partono con il loro tema del giorno. Spiegano, si lamentano. Io ascolto, commento. Raramente do loro ragione, l’avvocato del diavolo è una delle professioni che ho segnato sulla carta d’identità. L’interlocutore spesso si anima. Raramente mi da ragione. Alla lunga, però, le mie parole non cadono nel vuoto. Escucha Me.
Ascoltare mi piace. Ma mi piace anche essere ascoltato. Sentirmi ascoltato. Il fatto è che questa sensazione ce l’ho raramente, molto raramente.
Ancor più rara la sensazione di capirmi al volo con l’altra persona. Hai presente quelle situazioni in cui la comunicazione sembra passare attraverso un superconduttore? Hai presente quando parli con una persona, che in fondo non conosci benissimo, eppure ti sembra di averla sempre conosciuta? Hai presente quando ti sembra che le parole siano quasi superflue, che in fondo di parole ne bastano poche, che lo sguardo possa raccontare? Che lo sguardo possa ascoltare? Eschucha Me.
Come dici? Quella cosa lì si chiama innamoramento? Sì, forse hai ragione. E allora? Cosa cambia? Forse, semplicemente, innamorarsi significa incrociare uno sguardo che ascolta.
Escucha me, escucha me
Si el hecho de mi esta en mi al corazón
Dime porqué, dime porqué
De tal amor dentro a mi corazón
Piensa no es el sueño
Piensa no porque no me quiere el sueño
Espera me, espera me
De nada esta muy tarde dentro de mi
Escucha me, escucha me
Calor detiene nada dentro de ti
Sono andato a nanna alle 1.30, stanotte. No, non sono andato a ballare, e nemmeno sono uscito con gli amici. Ho spento il pc alle 1.20.
In questi giorni sto scrivendo una cosa, relativa al card sorting - e per scaramanzia non racconto altro - e ieri ho speso la giornata ad aggiustare alcune cose di Netsorting, ma soprattutto per implementare un calcolo. L’idea mi è venuta rileggendo un classico, un articolo di Rosch e Mervis del 1975. Nell’articolo le autrici descrivono una misura, la cue validity, che corrisponderebbe al concetto di somiglianza di famiglia di Wittgenstein. Quello che ho fatto con Netsorting è stato di adattare l’algoritmo ai dati del card sorting.
Avevo implementato una versione dell’algoritmo nei giorni scorsi, che però era formalmente differente da quella che avevo in mente, e dunque ieri ho modificato la funzione. Ho fatto una serie di prove, ma i risultati non erano quelli che mi aspettavo. Nel frattempo, però, si erano fatte le 11.30, ero stanco e ho ragionevolmente deciso di spegnere il portatile e di andare a letto.
Nei minuti successivi, però, non riuscivo a staccare il pensiero da quei risultati, piuttosto deludenti. Non capivo se la causa fosse un errore di calcolo oppure se l’algoritmo che avevo implementato in realtà non fosse buono come speravo. Insomma, ho riacceso il PC, ho riavviato Netbeans, e ho fatto alcuni controlli. In effetti c’era un piccolo errore nel codice che invalidava tutto il calcolo. Corretto l’errore, tutto funzionava in modo molto più convincente. C’è ancora lavoro da fare, ma sono andato a nanna molto più soddisfatto.
Non mi considero uno stakanovista, anzi! Spesso sono pigro, e altrettanto spesso mi perdo a cazzeggiare. Riesco a lavorare bene solo quando una cosa mi prende, mi appassiona. Ma, quando mi appassiona, posso tirare fino all’una di notte.
Non sempre questo è un bene, nella vita bisogna fare anche cose che non ci appassionano, o cose che ci piacerebbero anche ma che vorremmo fare in altri momenti.
Però le cose che mi vengono meglio sono quelle che realizzo in questo modo. A volte questa modalità ha dei costi, e spesso devo aggiustare questo atteggiamento per non procastinare troppo le cose che, pur importanti, mi sembrano noiose. Ma lottare troppo contro questa natura non ha molto senso, anche perché ha dei vantaggi.
Certe notti sei sveglio. A ballare, a bere con gli amici, a leggere, a [censura] e - perché no? - a lavorare. Certe notti sei sveglio, o non sarai sveglio mai.
Ingredienti per fare una milonga: una piazza, una ventina di tangueri, magari convocati via sms, che non si formalizzino troppo per il pavimento in cemento. Qualche candela. Uno stereo portatile, con la musica ad un volume tale che si possa sentire il respiro del proprio partner (cit.)
Il tango è emozione, ma se si balla ad Alghero, davanti al suo mare, alle rocce di Capo Caccia, tutto diventa magico.
Es como una marea, cuando ella clava en mí
sus ojos enlutados,
cuando siento su cuerpo de greda blanca y móvil
estirarse y latir junto al mío,
es cómo una marea, cuando ella está a mi lado.
He visto tendido frente a los mares del Sur,
arrollarse las aguas y extenderse
inconteniblemente,
fatalmente
en las mañanas y al atardecer.
Agua de las resacas sobre las viejas huellas,
sobre los viejos rastros, sobre las viejas cosas,
agua de las resacas que desde las estrellas
se abre como una inmensa rosa,
agua que va avanzando sobre las playas como
una mano atrevida debajo de una ropa,
agua internándose en los acantilados,
agua estrellándose en las rocas,
agua implacable como los vengadores
y como los asesinos silenciosa,
agua de las noches siniestras
debajo de los muelles como una vena rota,
como el corazón del mar
en una irradiación temblorosa y monstruosa.
Es algo que me lleva desde adentro y me crece
inmensamente próximo, cuando ella está a mi lado,
es cómo una marea rompiéndose en sus ojos
y besando su boca, sus senos y sus manos.
Ternura de dolor, y dolor de imposible,
ala de los terribles deseos,
que se mueve en la noche de mi carne y la suya
con una aguda fuerza de flechas en el cielo.
Algo de inmensa huida,
que no se va, que araña adentro,
algo que en las palabras cava tremendos pozos,
algo que contra todo se estrella, contra todo,
como los prisioneros contra los calabozos!
Ella, tallada en el corazón de la noche,
por la inquietud de mis ojos alucinados:
ella, grabada en los maderos del bosque
por los cuchillos de mis manos,
ella, su goce junto al mío,
ella, sus ojos enlutados,
ella, su corazón, mariposa sangrienta
que con sus dos antenas de instinto me ha tocado!
No cabe en esta estrecha meseta de mi vida!
Es como un viento desatado!
Si mis palabras clavan apenas como agujas
debieran desgarrar como espadas o arados!
Es como una marea que me arrastra y me dobla,
es como una marea, cuando ella está a mi lado!
————
E’ come una marea, quando lei fissa su me
i suoi occhi neri,
quando sento il suo corpo di creta bianca e mobile
tendersi a palpitare presso il mio,
è come una marea, quando lei è al mio fianco.
Disteso davanti ai mari del Sud ho visto
arrotolarsi le acque ed espandersi
incontenibilmente
fatalmente
nelle mattine e nei tramonti.
Acqua delle risacche sulle vecchie orme,
sulle vecchie tracce, sulle vecchie cose,
acqua delle risacche che dalle stelle
s’apre come una rosa immensa,
acqua che va avanzando sulle spiagge come
una mano ardita sotto una veste,
acqua che s’inoltra in mezzo alle scogliere,
acqua che s’infrange sulle rocce,
e come gli assassini silenziosa,
acqua implacabile come i vendicatori
acqua delle notti sinistre
sotto i moli come una vena spezzata,
o come il cuore del mare
in una irradiazione tremante e mostruosa.
E’ qualcosa che dentro mi trasporta e mi cresce
immensamente vicino, quando lei è al mio fianco,
è come una marea che s’infrange nei suoi occhi
e che bacia la sua bocca, i suoi seni, le mani.
Tenerezza di dolore e dolore d’impossibile,
ala dei terribili
che si muove nella notte della mia carne e della sua
come un’acuminata forza di frecce nel cielo.
Qualcosa d’immensa fuga,
che non se ne va, che graffia dentro,
qualcosa che nelle parole scava pozzi tremendi,
qualcosa che, contro tutto s’infrange, contro tutto,
come i prigionieri contro le celle!
Lei, scolpita nel cuore della notte,
dall’inquietudine dei miei occhi allucinati:
lei, incisa nei legni del bosco
dai coltelli delle mie mani,
lei, il suo piacere unito al mio,
lei, gli occhi suoi neri,
lei, il suo cuore, farfalla insanguinata
che con le due antenne d’istinto m’ha toccato!
Non sta in questo stretto altopiano della mia vita!
E’ come un vento scatenato!
Se le mie parole trapassano appena come aghi
dovrebbero straziare come spade o come aratri!
E’ come una marea che mi trascina e mi piega,
è come una marea, quando lei è al mio fianco!
Chi l’ha detto, che per cogliere lo spirito del tango si debba andare a Buenos Aires?
Il tango, spesso, è nostalgia. Ma la nostalgia è ovunque, se lei ti ha lasciato in autunno, se abiti in una piccola città dove ognuno sta diventando matto, ma non lo sa. Tom Waits, signori.
I like my town with a little drop of poison
Nobody knows they’re lining up to go insane
I’m all alone, I smoke my friends down to the filter
But I feel much cleaner after it rains
She left in the fall, that’s her picture on the wall
She always had that little drop of poison
She left in the fall, that’s her picture on the wall
She always had that little drop of poison
Did the devil make the world while god was sleeping
Someone said you’ll never get a wish from a bone
Another wrong good-bye and a hundred sailors
That deep blue sky is my home
She left in the fall, that’s her picture on the wall
She always had that little drop of poison
She left in the fall, that’s her picture on the wall
She always had that little drop of poison
A rat always knows when he’s in with weasels
Here you lose a little every day
I remember when a million was a million
They all have ways to make you pay
They all have ways to make you pay
E se ci provassimo, a vivere una vita da primo di aprile? A decidere di fare follie, ogni giorno. O magari non proprio tutti i giorni, ma spesso.
E se scoprissimo che si può fare, che quello che sembra folle ha senso, che a non aver senso sono molti dei nostri vincoli, dei nostri limiti autoimposti.
“Tutti sanno che una cosa è impossibile da realizzare, finché arriva uno sprovveduto che non lo sa e la inventa.”
Albert Einstein
Posted on March 28, 2009 by Stefano Bussolon in Politica
Il nuovo leader del PD è una donna. Il suo nome é Debora Serracchiani.È giovane. È intelligente. Dice quello che la base vuol sentirsi dire. Ascoltate il suo discorso, prestate attenzione alla sua capacità di comunicare.
Ha parlato di conflitto di interessi, di questione morale, di comunicazione, di decidere. Ha consigliato al PD di lasciare a casa qualcuno, se necessario. Di parlare unitariamente. Di testamento biologico, di legge elettorale, di appartenenza, di base e dirigenti, di nuova mentalità, di cambiamento, di sicurezza e di ronde, di immigrazione, di ricerca ed istruzione, di crisi economica, di politici che parlano a vanvera solo per avere visibilità sui media, di referendum consultivi, di candidature alle europee.