Il blog di Stefano Bussolon
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SaggioVuelvo al sur, fisarmonica e contrabbasso. L’essenza del tango. Quest’anno, per il saggio di fine corso, Sabina ha voluto esagerare: musica dal vivo, commistione con la danza classica.

Si inizia, appunto, con fisarmonica e contrabbasso. Noi, i ballerini, siamo seduti lungo il perimetro del palcoscenico, su sedie che ci siamo portati al nostro ingresso.

Vuelvo al Sur, como se vuelve siempre al amor

Le parole fluiscono nella mente; il contrabbasso ti avvolge, e la fisarmonica ti colpisce diretta al cuore: a dirlo è Sara, durante le prove. Io la prendo in giro, ma ha ragione.

Fusion tango e classica Subito dopo, Tiempos Inciertos: le ballerine di classica si alzano dalle loro sedie ed iniziano la loro coreografia, molto tecnica. Dopo un paio di minuti Giulio ed Elena, Emanuele e Sara si aggiungono alle ragazze, ballando il tango. Verso la fine del pezzo Elena e Sara tornano a sedersi, e sono le ragazze della classica ad essere guidate in passi di tango: è il momento fusion del quadro.

Poi, di nuovo musica dal vivo, di nuovo Piazzolla: Oblivion. Contrabbasso e fisarmonica. Dentro tre coni di luce danzano Luca ed Elena, Giulio e Sabina, Emanuele e Sara. Un pezzo molto lento, molto tecnico. Emozionante, davvero.

Io e TittyE finalmente, arriva il nostro turno: Ironia del salon, una milonga, veloce, ma con una parte molto lenta nel centro. All’inizio, una breve coreografia: tre per otto battute per noi hombres, e altrettanto per le mujeres. Poi si formano le coppie, ci godiamo il respiro ampio della parte lenta, ci lanciamo frenetici in quella veloce. Le ultime due per otto battute di nuovo in coreografia, questa volta a coppie; si finisce con la sentada.

Infine, la Cumparsita. Prima, l’introduzione parlata della versione dei Gotan, noi in piedi, rivolti verso il pubblico:

¡Permiso… yo soy el Tango…!

Yo soy el tango que llega por las calles del recuerdo,

¿Dónde nací? ni me acuerdo, en una esquina cualquiera

Una luna arrabalera y un bandoneón son testigos

Yo soy el tango argentino, cuando guste, cuando guste y donde quiera!

Poi, ci godiamo la versione Orquesta Carlos Lazzari, con i suoi violini, i bandoneon, le pause. Fino al finale coreografico, agli inchini ed ai saluti.

Viaggiatori del tango

Sabato pomeriggio, dopo le ultime prove generali e prima del briefing pre-spettacolo, dopo uno spuntino leggero ero tentato di prendermi un caffè, ma ho evitato: temevo che avrebbe accentuato l’ansia da palcoscenico. Ed invece, sul palco, di ansia nemmeno l’ombra. Certo, il fatto che fosse il mio sesto saggio ha contribuito a farmi mantenere la calma. Ma poi, ripensandoci, sono convinto che la ragione fosse un’altra. Ve la ricordate, ne “Il the nel deserto” di Bertolucci, la distinzione fra il turista e il viaggiatore? Il turista è focalizzato sulla meta, il viaggiatore è interessato al viaggio, al percorso.

Nel saggio finale l’esibizione di fronte al pubblico è la meta, ma quello che conta è il percorso. Quando sei davanti al pubblico, devi solo fare quello che hai imparato, trasmettendo emozioni e passione. Prima di entrare in scena, l’ultima raccomandazione di Sabina è stata: godetevela, la Cumpa.

Durante il percorso, invece, c’è, ogni volta, molto da imparare. Gli americani, quando fanno formazione, parlano di Lesson learned, di Takeaway: il concetto da imparare e portare a casa. Che cosa si impara, preparando un saggio?

I momenti difficili

Lezione numero uno. Ovvia, ma un ripassino è sempre utile: se vuoi fare una cosa fatta bene, devi sudare, devi impegnarti, dovrai affrontare dei problemi, delle difficoltà. Metti in conto momenti di nervosismo, di scoramento, anche qualche scazzo.

Come sempre, in queste cose si arriva un po’ lunghi, e gli ultimi giorni si devono fare gli straordinari. In otto giorni, fra prove e spettacolo, ci siamo incontrati 5 volte: 3 ore domenica, 3 giovedì, 4 venerdì, quasi 8 sabato, 4 domenica.

Come sempre, il giorno prima si ha la sensazione che nulla funzioni. Venerdì sera è stato il momento più faticoso; domenica, alla pizza post-spettacolo, il tecnico luci prendeva in giro Sabina, che venerdì è riuscita a scaricare in venti minuti il microfono wireless a forza di correggerci, a pieni polmoni. Il momento clou, quando durante le prove della milonga Sara era un metro più in dietro di dove doveva essere, “Sara, vieni più avanti! Più avanti, Sara!”. Sara naturalmente la sentiva (la sentivano anche a Trento sud, probabilmente) ma non ascoltava, concentrata com’era nei passi, e non si era resa conto che stava parlando con lei.

Per me, il momento paturnia era stato la domenica prima. I vestiti di scena prevedevano camicia, giacca e pantaloni, grigi o neri. Io non li ho. Marco aveva portato alcuni vestiti dal teatro, ma nessuno mi andava bene: o troppo lunghi, o troppo corti, e insomma ero un po’ avvilito. Fortunatamente, giovedì Giulio mi ha portato un vestito che mi andava a pennello, e tutto si è risolto.

Lesson learned: se vuoi fare qualcosa di fatto bene, devi lavorare sodo, e mettere in conto momenti faticosi.

Il gruppo

Durante l’anno eravamo delle persone (delle coppie tanguere) che frequentavano le lezioni. Siamo diventati gruppo solo grazie alla preparazione del saggio. Certo, conosco Tullio, Chiara, Barbara e Tiziana da anni, ma Tiziana non conosceva loro. Grazie al saggio, abbiamo fatto gruppo. Per le mujeres, un grosso contributo è stato la prova abiti con la sarta alla fine delle lezioni. Ma soprattutto le prove, il backstage, le pizzate a mezzanotte. All’inizio delle prove congiunte con le ragazze di classica, loro stavano comprensibilmente fra di loro. Ma in teatro, sullo stage e nel backstage, ci siamo mescolati tutti.

Spesso, l’effetto collaterale della coesione di un gruppo è la sua chiusura. A noi non è successo: abbiamo conosciuto Thomas, il fisarmonicista, sabato alle 5. Alle 6 io già gli rompevo le scatole, chiedendogli che ci suonasse Romagna mia. All’una di notte, dopo lo spettacolo, eravamo tutti assieme in pizzeria a raccontare barzellette (vecchio scarpone …).

Lesson learned: un saggio è un lavoro di team. Per fare un lavoro di team bisogna costruire un gruppo, e per costruire un gruppo, avere un obiettivo comune, e dover affrontare assieme delle difficoltà, è estremamente utile (circolo virtuoso).

Processo iterativo

Sulle SedieNel mio A chi serve il design? ho accennato al concetto di design come circolo ermeneutico, o come dialogo fra il designer ed il contesto. Il processo di design viene definito anche nel contesto dell’azione situata. Donald Schön parla di knowledge in action, reflection in action, e descrive il design come una conversazione riflessiva con i materiali e la situazione.

La genesi e lo sviluppo di una coreografia nella danza mostra un processo molto simile: una serie di iterazioni di alcune idee iniziali che nel tempo cambiano, si trasformano, si perfezionano, fino ad entrare nei dettagli.

E, essendo la danza l’esempio forse più calzante di embodied cognition, non sorprende che l’apprendimento di una sequenza in una coreografia sia un buon esempio di knowledge in action e reflection in action.

Lesson learned: i processi creativi sono processi iterativi, di conversazione riflessiva con la siutazione. Questo vale per il design, ma anche per la danza.

I momenti migliori

Abbiamo iniziato con i momenti difficili, finiamo elencando i momenti migliori. Sul palco, davanti al pubblico, mi sono divertito, e dunque è uno dei momenti migliori. Dopo gli spettacoli, al ristorante indiano, ci siamo divertiti parecchio. Negli spogliatoi, durante lo spettacolo, devi trascorrere quasi 4 ore ad aspettare il tuo turno (noi eravamo gli ultimi, abbiamo chiuso la serata). In parte ti annoi, ma alcuni momenti sono deliziosi. Domenica, in una saletta, ad ascoltare Thomas (fisarmonica) e il contrabbasso provare, per la prima volta, i pezzi che avrebbero suonato subito dopo, mentre le ragazze di danza afro provavano la loro coreografia. Il rito propiziatorio pre-stage inventato da Tullio, una versione farlocca della Timatanga haka, danza Maori degli All Blacks. Thomas che sul corridoio si scaldava le dita suonando laqualsiasi, dalla Marcia Turca di Mozart a That’s ammore, passando per De André. E quando suona Besame Mucho il sottoscritto che finge una serenata con la ballerina più carina (ma tanto, carina) del gruppo hip-hop modern di Fabrizio. Ma soprattutto, le bimbe piccole, di 6, 7 anni, bellissime nei loro tutu rosa, che prima timidamente, poi scatenate, ballare e saltare felici mentre Thomas suona.

Funky Ontology No comments yet

“Free your mind, and your ass will follow.”
-Funkadelic

Che cosa significa funky?

Dice wikipedia che funk è uno stile musicale nato negli anni ‘50 - ‘60, che pone meno enfasi su melodia ed armonia, ed impone un ritmo groove. Ma cos’è groove? Dice ancora wikipedia che il groove è una cosa completamente soggettiva, un concetto elusivo. Però, il groove è quella cosa che fa respirare un pezzo. Un ritmo è groove quando anche chi non danza è come se danzasse. E, nell’improvvisazione, quando si innesca il groove il gruppo diventa una gestalt, l’improvvisazione prende forma.

E funky? Pare che all’inizio funky fosse uno che puzzava: having a strong, offensive, unwashed odor. Ma poi è diventato qualcos’altro. Era l’odore di tabacco, qualcosa di offensivo, inopportuno. Pare che fra i jazzisti funk si dicesse già all’inizio del secolo, e che ancora negli anni ‘50 fosse una parola poco opportuna. In fondo anche il tango era roba per poco di buono, all’inizio. Le persone per bene mica lo ballavano.

Il funk rendeva il pezzo più lento, sexy, ammiccante. Poi arrivò James Brown, e nel funky ci mise la sincope. Il groove ti fa ballare, ma il retrogusto rimane sexy, e il tutto rimane qualcosa di poco raccomandabile.

Ambiguo, no? Una parola che significava puzza di tabacco diventa una cosa sexy che ti fa ballare. Unico tratto in comune: in entrambi i casi, qualcosa di poco raccomandabile. Ma perché mai usare una parola simile? Perché una cosa ripugnante diventa attraente? È possibile fare un’analisi ontologica della parola funky?

Sì, è vero, lo ammetto: l’etimologia di funk(y) è un caso limite. Usarla per sbeffeggiare le analisi ontologiche non è corretto. Ma non è tutta colpa mia. Dario ci ha messo del suo. Stiamo seguendo, assieme, un corso in Formal Ontology. E io mi sto lamentando che mancano i fondamenti. O meglio … i fondamenti logici non bastano, la logica non basta per fondare una ontologia. Servono dei fondamenti cognitivi, che nel corso non vedo. E mi lamento, alzo la mano, faccio domande ed osservazioni moderatamente critiche.

Ma come, mi dice Dario? Proprio tu ti lamenti dei fondamenti e dei passaggi logici? Tu che pretendi di essere funky? Ecco dunque che un’analisi ontologica del funk si impone.

Sostanza, accidente e rigidità

Un’ontologia del funky probabilmente non si può fare, perché funky è un aggettivo, e gli aggettivi non sono proprietà sostanziali, ma solo accidentali. Uhmmm … ti convince? Se togliamo la proprietà funky ad una canzone, quella canzone continua ad essere se stessa? Muta o meno la sua identità? Secondo l’ontologia formale, no. Non muta.

Funky è accessorio. Talmente accessorio che ci si può giocare. Giocare con le parole: una parola dispregiativa diventa sexy. Perché funky era l’odore dei negri. E allora i negri si sono messi a giocare con le parole, e funky è diventata una cosa cool, sexy, fica. E sincopata.

Ma la puzza funky dei neri, era essenziale o accidentale? Quella puzza era un tratto distintivo, necessario di quegli schiavi? Sono convinto che per gli americani bianchi di allora (e anche per qualcuno di oggi) sì, quella puzza era essenziale. Una caratteristica che l’ontologia formale definirebbe rigida, ovvero una proprietà che definisce l’identità di un individuo. Se non hai un odore funky non sei un nero.

E i neri ci hanno giocato. Non l’hanno rifiutata, ma ne hanno causato una deriva semantica, un cambio di connotazione. Funky aveva una connotazione negativa, ora ha una connotazione sexy. E, nell’immaginario comune, i neri continuano ad essere funky. Hanno il ritmo nel sangue, si dice. Sembra che essere funky sia nuovamente una proprietà ontologicamente rigida: se sei nero sei funky, se non sei funky non sei nero.

Ora, se il fine dell’ontologia formale è ingegneristico, ebbene queste connotazioni possono anche rimanere fuori dalla semantica che stiamo creando. Devo creare un piccolo mondo che sia il meno ambiguo possibile, che possa essere usato dai calcolatori per comunicare fra di loro e fare inferenze, e allora ok, evitiamo di essere funky. Possiamo anche chiamarla ontologia, sebbene l’ontologia ingegneristica sta all’ontologia filosofica quanto il funky groove sta alla puzza di tabacco. Se non peggio. Dobbiamo però essere espliciti nel dirci che il gioco funziona per dominii circoscritti, a patto che si definiscano prima concetti e relazioni, e a patto che sia chiaro che le scelte sono dettate da fini pratici. Il concetto di identità deve fondarsi su costrutti cognitivi, non logici. I principi di Michotte, della fenomenologia sperimentale e della Gestalt.

Gon’ make you sweat, gon’ make you groove

Infine, ricordiamoci che if you wanna be funky you gotta sweat. Devi sudare, per essere funky. Non è solo questione di odore. Non è solo questione di ritmo sincopato. Non è solo questione di sesso. Dicevamo che in un gruppo jazz che improvvisa, ad un certo punto c’è il groove, la musica respira. Ma perché questo succeda, i musicisti devono essere bravi. Devono aver passato anni sullo strumento, ad acquisire la padronanza necessaria a far sembrare tutto semplice. Devi aver studiato i fondamenti. Solo dopo, solo molto dopo, improvvisando, crei qualcosa che Csikszentmihalyi definisce flow, e che i jazzisti chiamano groove.

Devi conoscere le regole, devi saper suonare, devi saper tenere il ritmo. Devi saper ballare, per essere funky.

Pupo, Lippi e faccetta nera No comments yet

A casa mia, in questi mesi invernali, il soggiorno è il luogo più accogliente, perché c’è il fuoco a legna a scaldare la stanza. Purtroppo è anche la stanza della TV. Questa settimana la TV era il 14 (rai sport, olimpiadi invernali) e rai 1, Sanremo. Dunque, mio malgrado, ho visto il festival. E a questo punto dico la mia.

Primo: Sanremo è il festival della televisione. Lo dimostra il podio: primo il concorrente di Amici, secondi i Raccomandati, terzo X-factor. Canale 5 vince per la seconda volta consecutiva, davanti a rai 1 e rai 2. Personalmente ritengo non ci sia nulla di male, nel fatto che il festival della canzone sia diventato festival della televisione. Basta dirlo.

Secondo aspetto: Maurizio Costanzo ha portato sul palco gli operai di Termini Imerese, e ha chiesto l’opinione di Bersani (fischiato) e Scajola. Che senso aveva? Ci si vergogna di fare uno spettacolo di intrattenimento leggero? E portare 3 operai e 2 politici davvero conferisce spessore all’evento?

Terzo aspetto: la triade che è arrivata seconda. Scandalosa. Non so quanto il televoto sia stato dopato (è noto che le case discografiche comperano migliaia di telefonate - sms per guadagnare voti). Il mio timore è che lo sia poco. Il mio timore è che vi sia una parte della popolazione che ha deciso di votare il principino e il pokerista perché abbindolata dai riferimenti patriottici: canto al mondo e a dio italia amore mio? Davvero, mancava soltanto il ritornello di faccetta nera: e canteremo viva il duce e viva il re. La cosa mi preoccupa ma purtroppo non mi sorprende.

Non mi sorprende che due personaggi senza arte né parte, dei raccomandati, arrivino secondi. Come dice giustamente Leandro Agro su Facebook, “Visto Sanremo, vista l’Italia”.

Non mi sorprende, ma mi preoccupa, che una canzone che trasmette i germi di un patriottismo bigotto e monarchico arrivi sul podio.

Non mi aspettavo che al coro si aggiungesse Lippi, che giovedì sera ha tirato su un pistolotto vergognoso sulla nazione e la nazionale: dio patria e pallone. Sono quasi 30 anni, oramai, che ai mondiali e agli europei tifo contro l’Italia (ebbene sì, da quel pomeriggio del 1982 in cui l’Italia li estromise che tifo Brasile). Fino a giovedì, era una questione sostanzialmente viscerale, il fastidio verso l’idea di dover fare qualcosa perché la fanno tutti. Era, probabilmente, fino a giovedì, un atteggiamento snob. Ma grazie a Lippi e ai raccomandati, ora ho un motivo razionale per farlo. Tiferò contro gli azzurri perché non mi riconosco nella trinità di dio, patria e pallone.

L’anno Sardo No comments yet

Sono approdato per la prima volta a Sassari a dicembre, l’anno scorso. Era una domenica mattina, non c’era anima in giro. La città, urbanisticamente, non mi piacque. Quella settimana pre-natalizia fu l’assaggio dei sette mesi che avrei trascorso a Sassari, da gennaio a luglio.

A luglio, alla fine di quei sette mesi, ero contento di ritornare a casa. Ero stanco del lavoro, soffrivo il caldo; avevo voglia di casa.

Lunedì sono tornato a Sassari. Ultimo round, gli esami finali. All’imbarco a Treviso ho incrociato Mariella, una ragazza che avevo conosciuto a Sassari al corso di tango, e ho fatto il viaggio con lei: il volo fino ad Alghero, e in pullman fino a Sassari. Alla fermata mi ha fatto accompagnare in centro dal padre. Quando ci siamo salutati ho avuto una sensazione strana: da una parte la consapevolezza che forse non ci saremmo più rivisti, dall’altra il fatto che stavo salutando una persona con cui avevo una certa confidenza.

Quell’incontro casuale mi stava dicendo che stavo tornando in un luogo che conoscevo, e che in parte mi conosceva. Dopo aver lasciato il trolley al bed and breakfast ho fatto un giro per il centro, e la sensazione si faceva prepotente. Ai luoghi, alle viuzze, agli incroci, alle panchine si associavano ricordi, sensazioni, emozioni. Passeggiando per piazza Castello mi sono reso conto che sorridevo.

Non ho messo, nel bagaglio, nessun libro, perché avevo deciso di comperare qualcosa a Sassari. Mi sono infilato nelle Messaggerie Sarde, senza un’idea in testa, deciso a scegliere sfogliando gli scaffali. In realtà è il libro che ha scelto me: “Confesso che ho vissuto“, l’autobiografia di Pablo Neruda.

Confesso che, a Sassari, ho vissuto. Me n’ero quasi dimenticato, ma i pensieri che riaffioravano alla mente, il senso di nostalgia me lo stavano ricordando.

Nello yoga si parla di posizioni di apertura e di chiusura, posizioni che si complementano, yin e yang. Ad una apertura deve seguire una chiusura, ad una chiusura deve seguire una apertura. Piaget parla di assimilazione e accomodamento. Sette mesi in un luogo logisticamente distante da casa, dove non conoscevo nessuno, era una apertura, una sfida. La voglia di tornare a casa non era solo caldo e stanchezza, era anche bisogno di chiusura.

Cambiare non è facile, a casa mi è quasi impossibile. Non so voi, ma io riesco a mettermi in gioco solo lontano da casa. In Sardegna è successo. Mettermi in discussione è difficile, se non sono in qualche modo forzato a farlo. In Sardegna è successo. È successo nel lavoro, nel rapporto con gli studenti è emersa prepotente la necessità di ripensare alcune cose.

La chiusura serve a sistematizzare i cambiamenti. Durante l’apertura faccio filosofia con il martello (cit.), durante la chiusura provo a costruire secondo nuovi schemi. È quello che è successo da agosto ad oggi: ho studiato, ho scritto, ho sistematizzato cose sostanzialmente germogliate in Sardegna. A Sassari alcuni dei miei schemi erano saltati, e gli schemi che mi venivano proposti non mi convincevano. Nei mesi di chiusura, sui monti, ho cercato nuove basi, nuove fondamenta. Nuovi approcci metodologici, un ampliamento degli aspetti cognitivi che includesse anche la componente motivazionale.

La primavera sarda mi ha convinto a giocare anche su di un piano molto personale, relazionale. Gli economisti che si ispirano al concetto di distruzione creativa dicono che una crisi è un evento troppo prezioso per sprecarlo. Probabilmente vale anche per le sconfitte, per le partite perse a tavolino.

Con il volo Alghero Treviso di venerdì si è chiuso l’anno sardo. L’inverno è alle porte, non è ancora tempo di riaprirsi, la sistematizzazione non è terminata.

Però è questione di mesi. Poi, dovrò trovare il modo di ripartire, di trovare nuovi orizzonti, una nuova apertura. Con nuovi bagagli. Grazie, Sardegna.

Escucha Me No comments yet

Sono passati più di 40 anni, da quando i Beatles hanno chiesto aiuto. Help!

Help me if you can, I’m feeling down, And I do appreciate you being round.

Ma è di aiuto che abbiamo bisogno? In fondo ce la caviamo bene, siamo indipendenti, riusciamo a sfangarcela anche da soli. Abbiamo davvero bisogno di aiuto?

I Gipsy Kings sembrano accontentarsi di meno: Escucha Me. Ascoltami.

Ascoltami, perché quello che sono è quello che c’è nel mio cuore. Dimmi perché, dopo tanti anni, il cuore si emoziona ancora. Aspettami, aspettami, non è troppo tardi. Escucha Me.

Ascoltami. Basta questo, spesso. L’ho capito tardi, nella mia carriera di psicoterapeuta. Molto impegnato ad intervenire, con azioni terapeutiche. Ascoltare mi pareva una perdita di tempo. L’ho capito tardi, ma l’ho capito.

E lo capisco quando mi capita di parlare con degli amici. Ascoltare mi torna naturale. Probabilmente l’ho sempre fatto anche in psicoterapia, solo che mi sembrava un lusso. E, anche con gli amici, ho spesso troppa fretta di intervenire, correggere, dare consigli. Però ascolto.

Il fatto è che, confesso, non sempre mi sento altrettanto ascoltato. Escucha Me. Spesso le persone partono con il loro tema del giorno. Spiegano, si lamentano. Io ascolto, commento. Raramente do loro ragione, l’avvocato del diavolo è una delle professioni che ho segnato sulla carta d’identità. L’interlocutore spesso si anima. Raramente mi da ragione. Alla lunga, però, le mie parole non cadono nel vuoto. Escucha Me.

Ascoltare mi piace. Ma mi piace anche essere ascoltato. Sentirmi ascoltato. Il fatto è che questa sensazione ce l’ho raramente, molto raramente.

Ancor più rara la sensazione di capirmi al volo con l’altra persona. Hai presente quelle situazioni in cui la comunicazione sembra passare attraverso un superconduttore? Hai presente quando parli con una persona, che in fondo non conosci benissimo, eppure ti sembra di averla sempre conosciuta? Hai presente quando ti sembra che le parole siano quasi superflue, che in fondo di parole ne bastano poche, che lo sguardo possa raccontare? Che lo sguardo possa ascoltare? Eschucha Me.

Come dici? Quella cosa lì si chiama innamoramento? Sì, forse hai ragione. E allora? Cosa cambia? Forse, semplicemente, innamorarsi significa incrociare uno sguardo che ascolta.

Escucha me, escucha me
Si el hecho de mi esta en mi al corazón
Dime porqué, dime porqué
De tal amor dentro a mi corazón

Piensa no es el sueño
Piensa no porque no me quiere el sueño

Espera me, espera me
De nada esta muy tarde dentro de mi
Escucha me, escucha me
Calor detiene nada dentro de ti

Corazón cabao, corazón cabao
Corazón cabao, corazón cabao

Me ha olvidao, me ha olvidao
Si me quisiera quedar dentro de ti
Me ha olvidao, me ha olvidao
Canciones de este mundo para mi

Sueña de atrapao, sueña atrapao
Sueña de atrapao, sueña atrapao

Certe notti No comments yet

Sono andato a nanna alle 1.30, stanotte. No, non sono andato a ballare, e nemmeno sono uscito con gli amici. Ho spento il pc alle 1.20.

In questi giorni sto scrivendo una cosa, relativa al card sorting - e per scaramanzia non racconto altro ;) - e ieri ho speso la giornata ad aggiustare alcune cose di Netsorting, ma soprattutto per implementare un calcolo. L’idea mi è venuta rileggendo un classico, un articolo di Rosch e Mervis del 1975. Nell’articolo le autrici descrivono una misura, la cue validity, che corrisponderebbe al concetto di somiglianza di famiglia di Wittgenstein. Quello che ho fatto con Netsorting è stato di adattare l’algoritmo ai dati del card sorting.

Avevo implementato una versione dell’algoritmo nei giorni scorsi, che però era formalmente differente da quella che avevo in mente, e dunque ieri ho modificato la funzione. Ho fatto una serie di prove, ma i risultati non erano quelli che mi aspettavo. Nel frattempo, però, si erano fatte le 11.30, ero stanco e ho ragionevolmente deciso di spegnere il portatile e di andare a letto.

Nei minuti successivi, però, non riuscivo a staccare il pensiero da quei risultati, piuttosto deludenti. Non capivo se la causa fosse un errore di calcolo oppure se l’algoritmo che avevo implementato in realtà non fosse buono come speravo. Insomma, ho riacceso il PC, ho riavviato Netbeans, e ho fatto alcuni controlli. In effetti c’era un piccolo errore nel codice che invalidava tutto il calcolo. Corretto l’errore, tutto funzionava in modo molto più convincente. C’è ancora lavoro da fare, ma sono andato a nanna molto più soddisfatto.

Non mi considero uno stakanovista, anzi! Spesso sono pigro, e altrettanto spesso mi perdo a cazzeggiare. Riesco a lavorare bene solo quando una cosa mi prende, mi appassiona. Ma, quando mi appassiona, posso tirare fino all’una di notte.

Non sempre questo è un bene, nella vita bisogna fare anche cose che non ci appassionano, o cose che ci piacerebbero anche ma che vorremmo fare in altri momenti.

Però le cose che mi vengono meglio sono quelle che realizzo in questo modo. A volte questa modalità ha dei costi, e spesso devo aggiustare questo atteggiamento per non procastinare  troppo le cose che, pur importanti, mi sembrano noiose. Ma lottare troppo contro questa natura non ha molto senso, anche perché ha dei vantaggi.

Certe notti sei sveglio. A ballare, a bere con gli amici, a leggere, a [censura] e - perché no? - a lavorare. Certe notti sei sveglio, o non sarai sveglio mai.

Alghero Tango Attack No comments yet

Ingredienti per fare una milonga: una piazza, una ventina di tangueri, magari convocati via sms, che non si formalizzino troppo per il pavimento in cemento. Qualche candela. Uno stereo portatile, con la musica ad un volume tale che si possa sentire il respiro del proprio partner (cit.)

Il tango è emozione, ma se si balla ad Alghero, davanti al suo mare, alle rocce di Capo Caccia, tutto diventa magico.
Alghero tango attack

Tango ad Alghero

E la nave va

Es como una marea 1 comment

Porto Ferro

Es como una marea, cuando ella clava en mí
sus ojos enlutados,
cuando siento su cuerpo de greda blanca y móvil
estirarse y latir junto al mío,
es cómo una marea, cuando ella está a mi lado.

He visto tendido frente a los mares del Sur,
arrollarse las aguas y extenderse
inconteniblemente,
fatalmente
en las mañanas y al atardecer.

Agua de las resacas sobre las viejas huellas,
sobre los viejos rastros, sobre las viejas cosas,
agua de las resacas que desde las estrellas
se abre como una inmensa rosa,
agua que va avanzando sobre las playas como
una mano atrevida debajo de una ropa,
agua internándose en los acantilados,
agua estrellándose en las rocas,
agua implacable como los vengadores
y como los asesinos silenciosa,
agua de las noches siniestras
debajo de los muelles como una vena rota,
como el corazón del mar
en una irradiación temblorosa y monstruosa.

Es algo que me lleva desde adentro y me crece
inmensamente próximo, cuando ella está a mi lado,
es cómo una marea rompiéndose en sus ojos
y besando su boca, sus senos y sus manos.

Ternura de dolor, y dolor de imposible,
ala de los terribles deseos,
que se mueve en la noche de mi carne y la suya
con una aguda fuerza de flechas en el cielo.

Algo de inmensa huida,
que no se va, que araña adentro,
algo que en las palabras cava tremendos pozos,
algo que contra todo se estrella, contra todo,
como los prisioneros contra los calabozos!

Ella, tallada en el corazón de la noche,
por la inquietud de mis ojos alucinados:
ella, grabada en los maderos del bosque
por los cuchillos de mis manos,
ella, su goce junto al mío,
ella, sus ojos enlutados,
ella, su corazón, mariposa sangrienta
que con sus dos antenas de instinto me ha tocado!

No cabe en esta estrecha meseta de mi vida!
Es como un viento desatado!

Si mis palabras clavan apenas como agujas
debieran desgarrar como espadas o arados!

Es como una marea que me arrastra y me dobla,
es como una marea, cuando ella está a mi lado!

————

E’ come una marea, quando lei fissa su me
i suoi occhi neri,

quando sento il suo corpo di creta bianca e mobile
tendersi a palpitare presso il mio,
è come una marea, quando lei è al mio fianco.

Disteso davanti ai mari del Sud ho visto
arrotolarsi le acque ed espandersi
incontenibilmente
fatalmente

nelle mattine e nei tramonti.

Acqua delle risacche sulle vecchie orme,
sulle vecchie tracce, sulle vecchie cose,
acqua delle risacche che dalle stelle
s’apre come una rosa immensa,
acqua che va avanzando sulle spiagge come
una mano ardita sotto una veste,
acqua che s’inoltra in mezzo alle scogliere,
acqua che s’infrange sulle rocce,
e come gli assassini silenziosa,
acqua implacabile come i vendicatori
acqua delle notti sinistre
sotto i moli come una vena spezzata,
o come il cuore del mare
in una irradiazione tremante e mostruosa.

E’ qualcosa che dentro mi trasporta e mi cresce
immensamente vicino, quando lei è al mio fianco,
è come una marea che s’infrange nei suoi occhi
e che bacia la sua bocca, i suoi seni, le mani.

Tenerezza di dolore e dolore d’impossibile,
ala dei terribili
che si muove nella notte della mia carne e della sua
come un’acuminata forza di frecce nel cielo.

Qualcosa d’immensa fuga,
che non se ne va, che graffia dentro,
qualcosa che nelle parole scava pozzi tremendi,
qualcosa che, contro tutto s’infrange, contro tutto,
come i prigionieri contro le celle!

Lei, scolpita nel cuore della notte,
dall’inquietudine dei miei occhi allucinati:
lei, incisa nei legni del bosco
dai coltelli delle mie mani,
lei, il suo piacere unito al mio,
lei, gli occhi suoi neri,
lei, il suo cuore, farfalla insanguinata
che con le due antenne d’istinto m’ha toccato!

Non sta in questo stretto altopiano della mia vita!
E’ come un vento scatenato!

Se le mie parole trapassano appena come aghi
dovrebbero straziare come spade o come aratri!

E’ come una marea che mi trascina e mi piega,
è come una marea, quando lei è al mio fianco!

Pablo Neruda

Una piccola goccia di veleno 1 comment

Chi l’ha detto, che per cogliere lo spirito del tango si debba andare a Buenos Aires?

Il tango, spesso, è nostalgia. Ma la nostalgia è ovunque, se lei ti ha lasciato in autunno, se abiti in una piccola città dove ognuno sta diventando matto, ma non lo sa. Tom Waits, signori.

I like my town with a little drop of poison
Nobody knows they’re lining up to go insane
I’m all alone, I smoke my friends down to the filter
But I feel much cleaner after it rains

She left in the fall, that’s her picture on the wall
She always had that little drop of poison
She left in the fall, that’s her picture on the wall
She always had that little drop of poison

Did the devil make the world while god was sleeping
Someone said you’ll never get a wish from a bone
Another wrong good-bye and a hundred sailors
That deep blue sky is my home

She left in the fall, that’s her picture on the wall
She always had that little drop of poison
She left in the fall, that’s her picture on the wall
She always had that little drop of poison

A rat always knows when he’s in with weasels
Here you lose a little every day
I remember when a million was a million
They all have ways to make you pay
They all have ways to make you pay

Primi aprili 1 comment

E se ci provassimo, a vivere una vita da primo di aprile? A decidere di fare follie, ogni giorno. O magari non proprio tutti i giorni, ma spesso.
E se scoprissimo che si può fare, che quello che sembra folle ha senso, che a non aver senso sono molti dei nostri vincoli, dei nostri limiti autoimposti.

“Tutti sanno che una cosa è impossibile da realizzare, finché arriva uno sprovveduto che non lo sa e la inventa.”
Albert Einstein

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