Chi mi conosce, lo sa: non amo fare gli auguri di buon natale. Preferisco, di gran lunga, augurare un buon solstizio d'inverno, ricorrenza astronomica che ha un valore simbolico e religioso sin dal neolitico, che si festeggia ovunque, dalla Nuova Zelanda alla Scandinavia, dal Pakistan all'America precolombiana. In epoca romana, il solstizio d'inverno cadeva il 25 dicembre, ma con la riforma del calendario Gregoriano è scivolato al 21 dicembre. Festeggiare il solstizio è, dunque, un ritorno alle origini.

Per me, dunque, inviare gli auguri di buon solstizio è diventata una piccola, personale tradizione. E, per tradizione, allego all'augurio un piccolo regalo, generalmente una fotografia.

Quest'anno, il caso ha voluto che, la settimana scorsa, io andassi a Napoli, per un viaggio di lavoro. Ebbene, passeggiando per via San Gregorio Armeno, non ho resistito alla tentazione di comperare un piccolo presepe di terracotta. E dunque, la fotografia di quest'anno è proprio dedicata a quel piccolo presepe. Tutto questo può sembrare contraddittorio, e forse lo è. Il senso, però, è un altro: c'è posto per tutti, e più si è, meglio è. Festeggiare il solstizio significa aprire le porte non solo al sole nuovo, che rinasce, ma aprirsi all'universalità di una simbologia che abbraccia, da sempre, tutto il mondo.

![Presepe partenopeo](http://farm6.static.flickr.com/5042/5280611516_7f568be674.jpg