Il blog di Stefano Bussolon
Sweet dreams are made of this » Archive of 'Jan, 2009'

Requiem por Gardel No comments yet

Quando ho saputo che avrei trascorso alcuni mesi a Sassari ho cercato di capire se qui vi fosse qualcuno che balla il tango. Cercando su Facebook ho contattato Luca Losito, che mi ha segnalato uno spazio dove si fanno lezioni e, al venerdì, la milonga. Ieri sera, prima della milonga, Luca ha messo in scena un piccolo spettacolo teatrale, dedicato alla figura di Carlos Gardel. Una lettura di Luca, accompagnata dalla declamazione di alcuni testi (fra cui Borges), quattro o cinque tangos ballati da Natalia e Juan (i padroni di casa) e la lettura - in spagnolo e tradotta in italiano - di un paio di testi di tango: Volver e Sus Ojos Se Cerraron.

Nell’assistere allo spettacolo la mia memoria non ha potuto ritornare a quella volta, a Trento, un paio d’anni fa, che inscenammo un piccolo spettacolo simile al centro sociale Bruno. Uno dei ragazzi del centro sociale lesse un testo di Borges, io lessi la mia traduzione di zero hour, Tullio ed un ragazzo argentino lessero il testo di una milonga satirica. E ballammo qualche tango. Tullio con Maddalena, io con Ilenia. Fu proprio Ilenia a pensare quello spettacolo, ad organizzarlo.

Letture e tangos al CS Bruno di Trento

Letture e tangos al CS Bruno di Trento

Ieri eravamo a Sassari, non a Trento. Ma quando Luca ha iniziato a parlare delle origini del tango, di Gardel, della sua vita, della sua morte, dei pellegrinaggi alla sua tomba, della vecchina che ogni giorno cambia i fiori ed infila una sigaretta fra le dita della sua statua; quando Luca ha detto che una persona è viva finché qualcuno si ricorda di lei, e che dunque Gardel è, dopo tanti anni, più vivo che mai, non ho potuto non commuovermi.

Il tango può sorprenderti ogni volta. È uno dei motivi della sua grandezza; quando racconto che ballo il tango, le persone lo associano alla sensualità, alla seduzione. È vero. Eppure il tango parla di nostalgia, di fallimenti, di perdite. Il tango parla di morte. Me ne sono reso davvero conto solo ieri sera.

La nostra società non parla di morte. Mai. Non siamo più abituati ad affrontare l’argomento. Ci spaventa, e questo è normale; ci imbarazza, e questo è tragico. Tragico perché ci impedisce di condividere il peso del lutto, perché ci troviamo costretti a “non dimenticare” e, contemporaneamente, a non pensare. Io stesso mi sento vittima di questo imbarazzo: durante le vacanze di natale ci eravamo ripromessi di andare a trovare la famiglia di Ilenia, però non l’abbiamo fatto. Certo, io avevo parecchi impegni e impedimenti, però c’è anche il fatto che non me la sono sentita.

Il tango parla anche di morte. Sarà inevitabile, per me, ricordare Ilenia ogni volta che il tango parlerà di assenze, di dolore. Sarà inevitabile, e commovente. Eppure sarà importante, perché mi permetterà di entrare in contatto con quelle emozioni che altrimenti difficilmente trovano espressione; e piangere per Gardel, o per Malena, sarà meno sconveniente che piangere per Ilenia.

Luca, ieri sera, ha insistito sul fatto che il tango esprime la psicologia dell’Argentina tutta. Io penso che, come altre espressioni artistiche popolari, nate dal basso, esprima dei concetti sostanzialmente universali. E ringrazio dunque non solo il tango, ma tutti quegli artisti (penso, ad esempio, alla Marinella di De Andrè, in questi giorni tanto celebrato) che ci permettono, cantando la morte, di ritornare in contatto con quelle emozioni che la nostra cultura vorrebbe seppellire in fretta.

Meglio Soru No comments yet

Fare il turista è divertente. Ma il turista è sostanzialmente un corpo estraneo al luogo che visita, e si perde una parte importante della vita di quel luogo. Per questo motivo quando mi capita di trascorrere del tempo in un luogo che non è il mio mi fa piacere provare a vivere, almeno in parte, a vivere calandomi nei panni degli autoctoni.

Quando oggi Luisella, la tutor del corso in interaction design dove faccio da coordinatore didattico ha proposto a me e alla mia collega Manuela di andare in università, a sentire un comizio di Renato Soru, ho accettato volentieri.

Qualcosa di sinistra

Il suo intervento è stato preceduto da cinque o sei persone, fra cui lo scrittore Flavio Soriga, dei musicisti e degli studenti. Soriga, nella sua introduzione, ha citato l’oramai celebre frase di Nanni Moretti, che assistendo ad un dibattito di Dalema lo esortava a dire qualcosa di sinistra. Soru, ha sottolineato Soriga, di cose di sinistra ne dice molte.

Nel suo intervento il candidato ha parlato molto di istruzione: noi, ha detto, investiamo sul capitale umano; la disoccupazione colpisce soprattutto le persone con basso livello, e non può esserci sviluppo senza istruzione e alta formazione. Ha insistito sull’ambiente, sulle nuove tecnologie (si punta alla copertura della banda larga sul 100% del territorio regionale), sulle fonti rinnovabili, sulla sanità, che dev’essere pubblica e per tutti, sull’assistenza e la solidarietà: “dobbiamo guardare avanti senza paura, e per fare questo dobbiamo lavorare affinché nessuno rimanga indietro”.

Confesso che mi è piaciuto molto. Dire qualcosa di sinistra, secondo me, non significa sventolare bandiere rosse o arroccarsi su posizioni di conservatorismo anacronistico. Significa avere delle idee non sindacabili, delle priorità forti: cultura, istruzione, ambiente, energia rinnovabile. E su quelle idee lavorare con pragmatismo, ma con chiarezza.

La sensazione che ho avuto è che il loro slogan fosse azzardato. Meglio Soru. Molto meglio di molti politici di sinistra che non riescono a dire e a fare cose di sinistra.

Piccola nota a margine: Soru appartiene, come Berlusconi, al club dei miliardari (in euro). Eppure  attorno a lui non ho visto guardie del corpo.

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